«A differenza degli altri, noi non apparecchiamo una legge elettorale per gli interessi di partito. Con questa legge noi possiamo perdere le elezioni»
di Marco Cremonesi
«Partito democratico e Movimento 5 Stelle continuano a dimostrare la loro inadeguatezza istituzionale. O sperano che la legge passi così com’è mentre fingono di protestare, oppure — e questa è l’ipotesi più onesta — non credono nemmeno loro di poter prendere più voti di Giorgia Meloni».
Che cosa ci sta dicendo?
«Che sono abituati ad arrivare al potere senza il consenso popolare, con i giochi di palazzo. Ma faremo in modo che quelle stagioni di pantano non tornino più».
Sostengono che l’offerta di riscrivere la legge insieme sia un teatrino…
«Guardi, voglio chiarire una cosa: il dialogo lo abbiamo cercato noi, prima ancora di scrivere una sola riga della legge. Ci hanno risposto: “Scrivetela, poi ne discutiamo in commissione”. Ora che l’abbiamo scritta, dicono “troppo comodo, ormai l’avete scritta”. Abbiamo detto: proviamo ad andare avanti mentre in commissione proseguono le audizioni. Niente, ancora non va bene… Forse le opposizioni hanno perfetta consapevolezza che sia una buona legge. E che le barricate siano solo per consenso interno».
Anche dentro la maggioranza però si vedono posizioni diverse. Per esempio, sulle preferenze.
«Noi siamo da sempre favorevoli, e questo è noto. Su questo continueremo a confrontarci con gli alleati per trovare la miglior soluzione. Noi pensiamo che le preferenze possano essere uno strumento per avvicinare gli elettori agli eletti».
Le opposizioni sostengono che non di legge elettorale bisognerebbe parlare ma dei problemi concreti dei cittadini. Hanno torto?
«Ma guardi che anche noi sappiamo che è un tema che appassiona meno e preferiamo parlare di tutt’altri argomenti: piano casa, bollette ed energia, sicurezza. Resta il fatto che è necessaria anche una legge che non ci faccia ripiombare in paludi già viste».
Tra le principali critiche, politiche ma anche di numerosi costituzionalisti, c’è il premio di maggioranza. Troppo alto, dicono.
«Anche oggi (ieri, ndr) sono stati auditi dalla commissione tre esperti di massimo rango: Stefano Ceccanti, Roberto D’Alimonte e Luciano Violante. Difficile accusarli di essere fan di Giorgia Meloni. Ma nessuno di loro ha sollevato problemi di sproporzione. Nessuno. Al più, hanno suggerito un correttivo sul livello massimo raggiungibile».
Si spieghi meglio…
«Il premio è al di sotto della soglia prevista dalla Consulta nella sua sentenza: con questa legge, si arriva al massimo a 236 seggi alla Camera, pari al 57 e qualcosa per cento. Ricordo che oggi il centrodestra ha più del 60% dei seggi tra Camera e Senato. Quindi, se andiamo a guardare, questa è una legge che tutela di più le opposizioni, non di meno».
Con questa legge il vincitore prende tutto. E vero?
«A differenza degli altri, noi non apparecchiamo una legge elettorale per gli interessi di partito. Con questa legge noi possiamo perdere le elezioni.
Con il Rosatellum, quella in vigore, nel peggiore dei casi pareggiamo. La differenza è che noi non vogliamo più le coalizioni che nascono dentro il Palazzo: è l’Italia che non vogliamo rivedere. Del resto, se guarda i precedenti, da noi una maggioranza non ha mai rivinto le elezioni. Noi mettiamo in conto di poter perdere».
Nel testo attuale lei non vede problemi?
«C’è un tema che appassiona i costituzionalisti, un tema vero difficile da spiegare. È la possibilità di maggioranze diverse tra Camera e Senato, una possibilità che esiste, prevista dalla Costituzione. Su questo c’è una riflessione aperta che credo sia utile approfondire».


